Vertigini

Trolltunga-Norway

Per una che soffre (da sempre) di vertigini, è curioso realizzare all’improvviso, dopo tanti anni (e anche tanti studi….) che tutto ha un senso. E che ti capiterà nella vita di trovarti realmente nella situazione che tanto hai sempre temuto. La vertigine, la paura del vuoto, la paura del “niente sotto i piedi”, la paura di muoversi per non cadere.

Che magari poi un giorno diventa anche paura di una galleria, paura del non vedere la fine, paura del non vedere “oltre”, del non sapere dove porta la strada.

La mente….la mente è pazzesca. La mente è tutto. Senza quella non si va davvero da nessuna parte.

Paura di muoversi, paura di cadere, paura di perdere l’equilibrio, di perdere l’orientamento.

La mia mente ieri mi ha mostrato chiaramente tutto questo. In una forma forte, potente, diretta. Chiara.

Non scappo più, posso solo andare avanti.

Tante cose per la testa, tante scelte da fare, tante piccole rivoluzioni da operare, che però se si rivelassero quelle giuste porterebbero ad una grande soddisfazione, al coronamento di un sogno e di un percorso che dura da oltre 20 anni, con le sue pause, le sue fughe, i suoi cambi netti di direzione.

Il problema è che prima mi devo “perdere”. Anzi lo sto già facendo. E la mente mostra la paura. La grande paura. In un modo che va oltre al semplice “sentire” la paura. E’ proprio “viverla”, passarci dentro.

Sono pensieri confusi, sono bozze di un diario che prima o poi riprenderà la forma di un blog forse.

Ora sono cose che per capire, devo far passare dalla scrittura. Potrei farlo sul mio quaderno a casa. Vero. Ma anche questo voglio che resti nell’ “eredità virtuale” che voglio lasciare ai miei figli un giorno. E’ giusto che sappiano che anche la loro mamma ha paura, che nella vita ci sono per tutti momenti difficili o “nuovi”, che disorientano, che fanno perdere, ma che bisogna trovare il modo di affrontare sempre. E’ giusto che sappiano tutto di me, di chi sono, dei miei pregi e dei miei difetti. Anche quelli che al momento non gli faccio vedere.

Ho appena finito di leggere un libro che mi è piaciuto molto. Le pagine con le orecchie e le parti sottolineate sono moltissime. Dopo aver finito un libro così intenso per me, lo tengo sempre sul comodino altri giorni, o settimane, perché ogni tanto ripendo le parti sottolineate, me le rileggo. E vedo che ogni volta mi aggiungono un pezzo nuovo, un sentimento nuovo. Mi entrano sempre più giù, ad uno strato sempre più profondo. E pian piano si depositano lì e negli anni succede che poi magari ritornino fuori, in qualche modo, in qualche forma.

Oggi ho riletto queste parti. E non penso sia un caso…

“Le sue scelte…ma quali erano state, poi, davvero le sue scelte? Ce l’aveva, lei, la vita che voleva? E che cos’è la vita che si vuole? Tutti dovrebbero sapere che vita vogliono, e quindi farla, o provarci. A patto che siano in grado di poter scegliere, ovvio. E allora perché invece c’è tanta gente che fa una vita non sua? Perché tutti, o quasi tutti, hanno una vita che non è quella che vorrebbero?

Quante ne conosceva, di persone che passavano la vita a lamentarsi della vita…A bizzeffe. Persino chirurghi affermati, politici di grido, uomini d’affari in volo da un aereo all’altro…sempre lì a frignare a destra e a manca della vita orrenda, frenetica, convulsa che erano costretti a fare. Ma costretti da chi? Come fossero le vittime. Ma vittime di che cosa? L’avevano voluta loro una vita simile, o no? Chi aveva premuto, al posto loro, quel tasto di non ritorno? E non gli veniva mai in mente che ce n’era un’altra possibile, di vita, diversissima, magari proprio accanto, tra l’altro, a due passi dalla loro? Bastava spostarsi. Scendere da quel treno e prenderne un altro, per dire. Anzi, non prenderlo proprio fin dall’inizio. Perché non lo facevano, cosa c’era sotto?

Insomma, a sentire di Fil e delle pecore, Giuliana se ne andò per certe riflessioni tutte sue sulla vita in generale. Succede, che dai particolari fatti altrui – le pecore o non pecore di un nipote, per esempio – si passi ad almanaccamenti, a libere astrazioni, a viaggi mentali per la tangente. Eh, la fantasiosa inafferrabilità del pensiero umano….

Il fatto è che a Giuliana veniva fuori, in quella circostanza, una sua personalissima insoddisfazione che non aveva mai saputo di avere, una punta, solo una punta di dubbio su di sé, che però adesso si mescolava ad una nuova, improvvisa e imprevedibile allegria.

Era come una grossa pentola dimenticata per anni a bollire, a cui di colpo qualcuno avesse tolto il coperchio, così che tutti i fumi compressi, gli odori raggrumati, buoni o cattivi che fossero, si espandevano finalmente liberi nell’aria.

Difficile poi rimetter tutto dentro, e richiudere il coperchio.

[…]

Non arrivava a pensare d’aver sbagliato vita, questo no, sarebbe stato troppo. Ma era molto prossima a ritenere che, magari, anche un’altra vita sarebbe stata possibile, questo sì. Ed era la prima volta che concepiva un tal vertiginoso pensiero….”

Vertigini……vertigini…..

(cit. Paola Mastrocola – “Non so niente di te”)

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In retromarcia

Forse è questo che succede a un certo punto. Che ti devi fermare, per forza. E ripercorrere a ritroso i passi che hai fatto, per ripensarli, per riguardarli, per soppesarli di nuovo e giudicare se sono stati passi giusti o sbagliati. Torni indietro e in retromarcia rifai tutto il percorso. E a ogni bivio ti devi fermare a chiederti “Ma oggi, qui, cos’avrei fatto? La stessa cosa di allora o no?”. 

Magari scopri che anche nei vicoli ciechi (apparenti) in realtà c’era un incrocio, semplicemente non lo avevi visto e hai dato per scontato che non avevi scelta. Quando magari invece c’era. Eri tu cieco. O accecato da altro.
È un bel percorso, questo. Tosto, urca se è tosto. Fa mancare la terra da sotto i piedi. Letteralmente. Ma bisogna aver la forza di farlo, di ammettere anche tutti gli errori fatti. Ammettere le occasioni perse, le scelte sbagliate, le paure che ci hanno bloccato allora. Per trovare la forza di non sbagliare di nuovo. Per non far vincere la paura di nuovo. Per non sprecare nuove occasioni. Per poter vedere sempre gli incroci e non solo i vicoli ciechi.
E poi bisogna trovare anche il coraggio. Il coraggio che ti è mancato allora, dopo che hai ammesso la tua vigliaccheria, devi trovarlo, adesso. Perché sbagliare una volta inconsapevolmente, ok…Ma farlo la seconda, stavolta SAPENDO di sbagliare di nuovo, è terribile.
Non ho la più pallida idea di come si faccia e di come si trovi poi quel coraggio. È molto più forte (e comoda) la rassegnazione. Ma bisogna provarci. Troppo poco il tempo a disposizione, troppo difficile violentarsi ogni giorno con l’insoddisfazione. Ti mangia dentro, ti toglie sonno, forze e sorriso. Non va bene.
Cerco una bussola. Ho ben chiaro i miei punti fermi e i miei fari accesi da non perdere di vista. Ma la strada no, quella è tutta nuova, da cercare in mezzo al mio casino.
Cerco il coraggio. Quello forse è più difficile da trovare che la bussola. Lo cerco in ogni cosa, in ogni angolo, in ogni pezzo di me, in ogni spinta nuova che sento. Su tutti sti pezzi devo far leva per decidermi.
Usando, per una volta forse nella vita, meno testa e più cuore.

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A cosa serve il tempo?

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A cosa serve il tempo?

Quel famoso tempo in più che tanto ho sognato, che tanto mi è mancato in questi anni di ritmi frenetici e senza ossigeno?

Come lo uso, ora, questo splendido tempo libero, che mi sono guadagnata da pochi mesi?

Lo impiego così….

Osservando i miei figli, che crescono giorno dopo giorno nel nuovo e complesso mondo della scuola elementare.

Sfogliando i loro quaderni, i loro successi, i loro errori, le loro conquiste, le loro imprecisioni. Sfogliando e guardando insieme a loro ogni baffo fuori dalle righe, ogni numero o lettera scritta al contrario, ogni disegno libero inventato, pensato e realizzato con le loro mani e la loro fantasia.

Ascoltando le sillabe che pian piano si uniscono a diventare parole, prima in stampatello, poi in corsivo, fino a diventare l’immagine di un bimbo che col pigiama si mette seduto sul suo letto e comincia a leggere il libro che dopo poco gli andrò a leggere io…che fino a poco tempo fa senza di me non capiva e che ora invece inizia a leggere da solo.

A guardare loro, che non solo leggono ma anche interpretano con i giusti toni ciò che leggono. Perché quei libri li sappiamo ormai a memoria, qualcuno più e qualcuno meno. E nonostante i continui nuovi acquisti o i nuovi noleggi dalla biblioteca, nelle loro testoline magiche le storie restano impresse con una precisione pazzesca. E ogni tono che ho letto, ogni spiegazione che ho dato, è rimasta lì, pronta per l’uso alla giusta occasione.

Serve a parlare con loro usando i toni e gli sguardi giusti, non quelli della fretta e della rabbia, ma quelli della calma o del rimprovero al momento opportuno.

Serve a guardare insieme un bel film e avere il modo e il tempo di spiegarglielo se non lo comprendono, di ridere con loro, di parlarne se lo vogliono, di dargli il tempo di piangere se li ha commossi e di dare tutti gli abbracci che servono per calmarsi.

Serve ad ascoltarli, ascoltare i loro pensieri guardandoli negli occhi e tenendogli la mano, avendo il tempo di chiedere spiegazioni sui loro innumerevoli disegni, sui loro ragionamenti, sui loro dubbi, sulle loro paure.

Serve a rendersi conto che Lore è un “collezionatore-di-tutto”… che te n’eri accorta già da prima, vista la quantità di roba che archivia fra “le sue cose preziose”…ma che ora spii da dietro la porta, mentre sistema con la sua logica, la sua tenerezza, la sua precisione (solo sua….) tutti gli oggetti che ne fanno parte.

Serve a comprendere che Tommy….oh quella canaglia di Tommy, è un piccolo omino con il guscio di cristallo, che fa lo spavaldo, ma ha paura delle delusioni molto più di suo fratello che invece lo ripete sempre.

Serve a guardare con la coda dell’occhio che ogni volta (ogni santa volta) che i cani passano accanto ai bimbi, loro allungano le mani per fargli una carezza, una coccola o per parlare con loro. Che mentre guardano la tv, si stendono sul divano e allungano il braccio verso il pavimento, dove sistematicamente c’è un cane nero o un cane bianco che sta lì ai loro piedi a sonnecchiare beato.

Serve a guardarli nuotare in piscina con sempre più sicurezza, anche se ancora non sanno muoversi correttamente…ma serve a gioire dei loro miglioramenti, di questi due pesciolini (o squaletti) che pian piano stanno conquistando le vasche, il trampolino e il fiato sotto l’acqua.

Serve ad osservarli fare canestro, passarsi la palla, fare un po’ di passaggi con i compagni, per imbastire un’azione di gioco, che non lo è ancora, ma è bello lo stesso.

Serve a pensare.

A pensare alle mie cose, ai meccanismi che devo sciogliere e risolvere in me stessa rispetto a certe porte che si sono chiuse. A cercare le risposte alle domande che anche in sonno mi si presentano, ogni notte. Perché io sono fatta così e le delusioni le devo capire, ci devo passare dentro per bene per poi arrivare a comprenderle e a sistemarle al loro posto dopo averle digerite. E per come sono fatta io, per quanto sono felice ora della mia condizione, mi resta l’amaro in bocca per le persone che non ho mai conosciuto pensando invece di conoscere alla perfezione. Mi devo ancora perdonare l’ingenuità che ho avuto, la buona fede che ci ho messo, la volontà di vedere un po’ di “buono” per forza e a tutti i costi, quando invece avrei dovuto rendermi conto che non c’era più già da un po’.

Serve a parlare con il mio stomaco, con la mia pancia, che mi deve far capire ancora adesso, a oltre 40 anni, che la gente può sempre cambiare, a volte in peggio, e può dimenticarsi di quello che c’era alla velocità della luce. Serve a darmi il tempo di perdonarmi per il mio credere in chi non lo meritava. Serve a darmi la forza di ammettere di aver sbagliato in molte valutazioni, fatte con la fiducia e l’ingenuità dei sentimenti che provavo.

Serve a capire che anche questa è esperienza, che fa parte della mia crescita e come tale va stimata. Ce l’ho anche tatuato sul braccio….πάθήμάτά μάθήμάτά …

Serve ad apprezzare ancora di più le mie decisioni, i rischi che ho scelto di correre e le soddisfazioni che mi stanno donando. Serve anche ad ammettere che me le sono meritate, forse, un po’. E non è stata solo fortuna, come qualcuno ha detto. Ma è stata la voglia di cambiare e di trovare una soluzione per la mia serenità, rivoluzionando tutto e perseverando per mesi per trovare la via giusta.

Serve a dirmi “brava” per il mio cambiamento, che per molti è forse routine, ma per me è stato rivoluzione. Interiore prima (e ancora si deve concludere), esteriore e pratica poi. Ma una sacrosanta e bellissima rivoluzione.

Serve a poter osservare con occhi diversi tutto, a partire dai miei figli, ma non solo. Serve a respirare ossigeno, a stare bene. Anche senza fare niente di che.

Chi soffre in una certa condizione dovrebbe davvero trovare la forza di ammetterlo e di studiare il sistema di cambiare.

Io per ora ho fatto questo passaggio, ma…tempo al tempo, non sono ancora arrivata alla fine della mia rivoluzione…anzi… Sono solo all’inizio….

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Boschi e distanze

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Prima elementare. Separazione dei twins, con alti e bassi inaspettati (scemi noi che davamo per scontato che non ci sarebbe stato alcun impatto….).

Evoluzioni. E fatiche. Scivoloni, porte in faccia, lacrime….soddisfazione, traguardi, piccoli passi verso nuove strade.

Perdersi e ritrovarsi.
Come mi ha detto Lore, “perdersi per poi scoprire che invece non ti eri perso, ma stavi arrivando in un posto nuovo, migliore, più bello. E se non ti fossi perso, non lo potevi trovare”.

Saggio.
Saggio come gli autori di libri che legge la mamma. E lui come caspita fa a sapere già tutto? Andrò a lezione da lui.

Fragile.
Fragile come uno che non è ancora arrivato a capire che stai arrivando nel posto nuovo in cui tuo fratello è già arrivato. Sei ancora nel mezzo del bosco e hai paura. Ti aggrappi ai punti sicuri e cerchi conforto. Lo troverai sempre, Tommy. Non avere paura. Noi siamo tutti qui.

Rabbia.
La rabbia del saggio che sente la voglia di andare ad esplorarlo questo nuovo posto, ma sente anche le richieste di aiuto del fratello che gli chiede di non andare senza di lui, di non mollarlo per strada nel bosco perché ha paura e ha bisogno di lui.

Separazione. Individuazione. Chi sono io? Chi sei tu? Chi siamo insieme…e soprattutto, chi siamo separati?

La giusta distanza da trovare.
La troverete, piccoli miei. La troverete. Letti uniti, letti separati, una danza costante per testare e trovare la giusta misura. I giusti confini di ciascuno. La giusta forza di ciascuno-senza-l’altro. Chi si appoggia alla parete dell’aula per sentire il rumore ed il respiro dell’altro. Chi cerca di andare a prendere il caffè alla maestra per vedere se incontra l’altro nel corridoio. Entrambi alla ricerca.

Cammino tortuoso, cammino che ci darà le risposte sui 6 anni passati.
Cosa abbiamo seminato noi in questo tempo? Come vi abbiamo formato? Che strumenti vi abbiamo dato? Che consapevolezza avete? Avete la vostra base? Avete un vostro scheletro?

Paura, da mamma, di aver fallito. Nonostante le letture, nonostante i consigli sempre chiesti. Nonostante le teorie che so e che ho cercato di applicare. Ma chissà…chissà.

Fatica, di vedervi in difficoltà. Di sentirvi tristi o arrabbiati perché io “ho voluto separarvi”.
Come se vi avessi voluto fare un dispetto. Come se io fossi la cattiva che vi vuole far soffrire. Quanta rabbia buttata addosso a me in questi mesi. Con pretesti a volte. O con accuse chiare ed esplicite. Tanta rabbia verso di me.

La passeremo, ci passeremo dentro per capirla e per trovare la spiegazione che vi serve. Servirà tempo forse. Ma non molliamo. Avete tanta intelligenza per capire, avete tanti strumenti per lavorare dentro di voi. Siete sbalorditivi. Avete tanto da insegnarci.

E vi devo ringraziare, perché la vostra evoluzione è anche la mia evoluzione. E in quest’anno di evoluzioni, c’è anche la mia. Che come la vostra non è affatto semplice, non lo è stata per niente ed è durata mesi.

Ma come dice Lore, per ripartire da nuovi posti splendidi, bisogna perdersi. E non bisogna aver paura della grande onda che ti travolge, perché tu pensi che ti voglia affogare e invece no, ti sta solo trasportando verso la nuova riva. Saggio Lore, le tue frasi sono poesia e guida per tutti noi. Sono la sintesi perfetta dei miei mesi scorsi, sono la sintesi perfetta dei tuoi attuali mesi e saranno la sintesi perfetta di Tommy fra un pochino. Di papà, lo sono già da un annetto direi. Lui la sua evoluzione l’ha realizzata in gran parte già da qualche mese. Passando anche lui da vari boschi e da tante onde grandi.

Ognuno con la sua valigina, ognuna di colore diverso…ognuno col suo cammino, ma ognuno sempre legato agli altri….in questi 4  sentieri che a volte si avvicinano, a volte si allontanano, a volte si incontrano e poi si separano, dobbiamo continuare a camminare, sempre, a testa alta e senza paura. Le nostre mani anche se lontane saranno sempre pronte ad allungarsi al momento del bisogno.

Siamo 4. E siamo 1.

Ci vediamo tutti sulla nuova sponda, ragazzi.
E non dimenticate di portare con voi i vostri meravigliosi e magici mondi incantati.
Quelli serviranno sempre….

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Polvere sull’orologio.

2013-09-29 22.05.54

 

Polvere sull’orologio. E’ questo che voglio.

Ho tolto l’orologio appena sono arrivata a casa l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. L’ho appoggiato sul mobile e lì è rimasto, immobile, fino ad ora. C’è la polvere sopra. Non solo perchè la mia casa, essendo in campagna, produce polvere a dismisura. Ma anche e soprattutto perchè non l’ho più mosso da lì. Non voglio sapere che ore sono. Sono in ferie e il ritmo ce lo diamo noi, come ci pare. E’ un lusso. E’ un bisogno. Mai come quest’anno.

Sono arrivata ad agosto con il fiato non corto, cortissimo. Al limite delle crisi respiratorie (o attacchi di ansia, chiamiamoli con il loro nome). L’anno era iniziato con un focolaio ai polmoni…..che fosse un segno premonitore del mio imminente collasso psico-fisico? Non so, io penso in parte di sì.

Mi manca il fiato, da troppi mesi.

Ma c’è una novità rispetto al passato.

Mi sono sempre un po’ lamentata di questi ritmi assurdi, frenetici, della vita che vola via senza respirarla, senza vederla…Lo dico praticamente da sempre.

Ora però è come se fossi giunta al punto zero.

Ho capito che se ti lamenti e non fai niente, sprechi solo fiato. E resti sempre più senza ossigeno.

Ho capito, quasi come un’illuminazione, che le strade che si sono prese una volta e magari tanto tempo fa, non è detto che debbano sempre rimanere uguali. Che c’è sempre una possibilità di scelta e che non è mai scontato che il cammino resti sempre lo stesso. La scelta va cercata, creata, capita e poi imboccata, ma c’è. E prima ancora che nella concretezza dei fatti, deve esserci nella nostra mente.

Ho capito alla veneranda età dei quasi 41 anni che la vita non è, per fortuna, sempre così scontata e non è che, quando cambia qualcosa, dev’essere sempre e per forza per colpa di eventi negativi. A volte, aiutàti da un po’ di fortuna e di voglia di cambiare prospettiva, può succedere che qualcosa cambi, ma in bello.

Questo cambiamento mentale è finalmente arrivato nella mia testa. E come sempre mi succede, è arrivato all’improvviso. Cioè, dopo anni di pensieri, domande e fastidio. Ma poi si è palesato tutto in una volta. Quando, parlando con amici coetanei, mi sono resa conto che tutto sommato, di strada fatta ne abbiamo già un bel pezzo alle spalle, ma è sempre stata la stessa. Bella, bellissima e utilissima per molti aspetti. Ma…la strada davanti è ancora tantissima (mi auguro!) e di farla ancora e sempre uguale, credo di non averne davvero più voglia.

Sono stanca. Sono spenta.

SPENTA.

E questa è una cosa che mi manda nei matti. Non esiste, non va bene. Rassegnata a 40 anni, no, mi dispiace. Per fortuna ho ancora un motore dentro che va, che ha delle passioni che vuole seguire, che ha dei desideri che vuole esaudire, dei sogni da inseguire, delle emozioni da vivere e sentire.

La vita che sto facendo negli ultimi mesi mi sta togliendo tutto, dal respiro in giù. Le passioni, le voglie, i desideri, i sogni. No, mi dispiace, non ci sto. Non è quello che voglio. E se l’ho fatto finora è stato per un obiettivo di squadra, di famiglia, che era necessario raggiungere. Ora ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo raggiunto. Ora si cambia. Ora si riprende fiato. Ora si deve ripartire prendendo un altro sentiero. Un sentiero un po’ improvvisato, ancora da definire bene, ma sicuramente un sentiero diverso.

Per l’ennesima volta, ho capito che perdersi a volte serve, è necessario. E’ terapeutico. E’ fondamentale. Se non ci si perde, non ci si ritrova. Non ci si scopre nella “nuova versione”, quella ricostruita dopo la grande esplosione che ti ha fatto andare in pezzi e perdere. E’ difficile rimettere insieme tutti i pezzetti, ma….che gusto nel farlo e soprattutto come si sta bene quando si è ricomposto il puzzle! Un nuovo puzzle, un nuovo sentire, un nuovo motore, un nuovo paio di occhiali per vedere e valutare tutto.

Una nuova energia. Da investire in nuovi progetti.

Coraggio. Si va.

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