A cosa serve il tempo?

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A cosa serve il tempo?

Quel famoso tempo in più che tanto ho sognato, che tanto mi è mancato in questi anni di ritmi frenetici e senza ossigeno?

Come lo uso, ora, questo splendido tempo libero, che mi sono guadagnata da pochi mesi?

Lo impiego così….

Osservando i miei figli, che crescono giorno dopo giorno nel nuovo e complesso mondo della scuola elementare.

Sfogliando i loro quaderni, i loro successi, i loro errori, le loro conquiste, le loro imprecisioni. Sfogliando e guardando insieme a loro ogni baffo fuori dalle righe, ogni numero o lettera scritta al contrario, ogni disegno libero inventato, pensato e realizzato con le loro mani e la loro fantasia.

Ascoltando le sillabe che pian piano si uniscono a diventare parole, prima in stampatello, poi in corsivo, fino a diventare l’immagine di un bimbo che col pigiama si mette seduto sul suo letto e comincia a leggere il libro che dopo poco gli andrò a leggere io…che fino a poco tempo fa senza di me non capiva e che ora invece inizia a leggere da solo.

A guardare loro, che non solo leggono ma anche interpretano con i giusti toni ciò che leggono. Perché quei libri li sappiamo ormai a memoria, qualcuno più e qualcuno meno. E nonostante i continui nuovi acquisti o i nuovi noleggi dalla biblioteca, nelle loro testoline magiche le storie restano impresse con una precisione pazzesca. E ogni tono che ho letto, ogni spiegazione che ho dato, è rimasta lì, pronta per l’uso alla giusta occasione.

Serve a parlare con loro usando i toni e gli sguardi giusti, non quelli della fretta e della rabbia, ma quelli della calma o del rimprovero al momento opportuno.

Serve a guardare insieme un bel film e avere il modo e il tempo di spiegarglielo se non lo comprendono, di ridere con loro, di parlarne se lo vogliono, di dargli il tempo di piangere se li ha commossi e di dare tutti gli abbracci che servono per calmarsi.

Serve ad ascoltarli, ascoltare i loro pensieri guardandoli negli occhi e tenendogli la mano, avendo il tempo di chiedere spiegazioni sui loro innumerevoli disegni, sui loro ragionamenti, sui loro dubbi, sulle loro paure.

Serve a rendersi conto che Lore è un “collezionatore-di-tutto”… che te n’eri accorta già da prima, vista la quantità di roba che archivia fra “le sue cose preziose”…ma che ora spii da dietro la porta, mentre sistema con la sua logica, la sua tenerezza, la sua precisione (solo sua….) tutti gli oggetti che ne fanno parte.

Serve a comprendere che Tommy….oh quella canaglia di Tommy, è un piccolo omino con il guscio di cristallo, che fa lo spavaldo, ma ha paura delle delusioni molto più di suo fratello che invece lo ripete sempre.

Serve a guardare con la coda dell’occhio che ogni volta (ogni santa volta) che i cani passano accanto ai bimbi, loro allungano le mani per fargli una carezza, una coccola o per parlare con loro. Che mentre guardano la tv, si stendono sul divano e allungano il braccio verso il pavimento, dove sistematicamente c’è un cane nero o un cane bianco che sta lì ai loro piedi a sonnecchiare beato.

Serve a guardarli nuotare in piscina con sempre più sicurezza, anche se ancora non sanno muoversi correttamente…ma serve a gioire dei loro miglioramenti, di questi due pesciolini (o squaletti) che pian piano stanno conquistando le vasche, il trampolino e il fiato sotto l’acqua.

Serve ad osservarli fare canestro, passarsi la palla, fare un po’ di passaggi con i compagni, per imbastire un’azione di gioco, che non lo è ancora, ma è bello lo stesso.

Serve a pensare.

A pensare alle mie cose, ai meccanismi che devo sciogliere e risolvere in me stessa rispetto a certe porte che si sono chiuse. A cercare le risposte alle domande che anche in sonno mi si presentano, ogni notte. Perché io sono fatta così e le delusioni le devo capire, ci devo passare dentro per bene per poi arrivare a comprenderle e a sistemarle al loro posto dopo averle digerite. E per come sono fatta io, per quanto sono felice ora della mia condizione, mi resta l’amaro in bocca per le persone che non ho mai conosciuto pensando invece di conoscere alla perfezione. Mi devo ancora perdonare l’ingenuità che ho avuto, la buona fede che ci ho messo, la volontà di vedere un po’ di “buono” per forza e a tutti i costi, quando invece avrei dovuto rendermi conto che non c’era più già da un po’.

Serve a parlare con il mio stomaco, con la mia pancia, che mi deve far capire ancora adesso, a oltre 40 anni, che la gente può sempre cambiare, a volte in peggio, e può dimenticarsi di quello che c’era alla velocità della luce. Serve a darmi il tempo di perdonarmi per il mio credere in chi non lo meritava. Serve a darmi la forza di ammettere di aver sbagliato in molte valutazioni, fatte con la fiducia e l’ingenuità dei sentimenti che provavo.

Serve a capire che anche questa è esperienza, che fa parte della mia crescita e come tale va stimata. Ce l’ho anche tatuato sul braccio….πάθήμάτά μάθήμάτά …

Serve ad apprezzare ancora di più le mie decisioni, i rischi che ho scelto di correre e le soddisfazioni che mi stanno donando. Serve anche ad ammettere che me le sono meritate, forse, un po’. E non è stata solo fortuna, come qualcuno ha detto. Ma è stata la voglia di cambiare e di trovare una soluzione per la mia serenità, rivoluzionando tutto e perseverando per mesi per trovare la via giusta.

Serve a dirmi “brava” per il mio cambiamento, che per molti è forse routine, ma per me è stato rivoluzione. Interiore prima (e ancora si deve concludere), esteriore e pratica poi. Ma una sacrosanta e bellissima rivoluzione.

Serve a poter osservare con occhi diversi tutto, a partire dai miei figli, ma non solo. Serve a respirare ossigeno, a stare bene. Anche senza fare niente di che.

Chi soffre in una certa condizione dovrebbe davvero trovare la forza di ammetterlo e di studiare il sistema di cambiare.

Io per ora ho fatto questo passaggio, ma…tempo al tempo, non sono ancora arrivata alla fine della mia rivoluzione…anzi… Sono solo all’inizio….

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Boschi e distanze

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Prima elementare. Separazione dei twins, con alti e bassi inaspettati (scemi noi che davamo per scontato che non ci sarebbe stato alcun impatto….).

Evoluzioni. E fatiche. Scivoloni, porte in faccia, lacrime….soddisfazione, traguardi, piccoli passi verso nuove strade.

Perdersi e ritrovarsi.
Come mi ha detto Lore, “perdersi per poi scoprire che invece non ti eri perso, ma stavi arrivando in un posto nuovo, migliore, più bello. E se non ti fossi perso, non lo potevi trovare”.

Saggio.
Saggio come gli autori di libri che legge la mamma. E lui come caspita fa a sapere già tutto? Andrò a lezione da lui.

Fragile.
Fragile come uno che non è ancora arrivato a capire che stai arrivando nel posto nuovo in cui tuo fratello è già arrivato. Sei ancora nel mezzo del bosco e hai paura. Ti aggrappi ai punti sicuri e cerchi conforto. Lo troverai sempre, Tommy. Non avere paura. Noi siamo tutti qui.

Rabbia.
La rabbia del saggio che sente la voglia di andare ad esplorarlo questo nuovo posto, ma sente anche le richieste di aiuto del fratello che gli chiede di non andare senza di lui, di non mollarlo per strada nel bosco perché ha paura e ha bisogno di lui.

Separazione. Individuazione. Chi sono io? Chi sei tu? Chi siamo insieme…e soprattutto, chi siamo separati?

La giusta distanza da trovare.
La troverete, piccoli miei. La troverete. Letti uniti, letti separati, una danza costante per testare e trovare la giusta misura. I giusti confini di ciascuno. La giusta forza di ciascuno-senza-l’altro. Chi si appoggia alla parete dell’aula per sentire il rumore ed il respiro dell’altro. Chi cerca di andare a prendere il caffè alla maestra per vedere se incontra l’altro nel corridoio. Entrambi alla ricerca.

Cammino tortuoso, cammino che ci darà le risposte sui 6 anni passati.
Cosa abbiamo seminato noi in questo tempo? Come vi abbiamo formato? Che strumenti vi abbiamo dato? Che consapevolezza avete? Avete la vostra base? Avete un vostro scheletro?

Paura, da mamma, di aver fallito. Nonostante le letture, nonostante i consigli sempre chiesti. Nonostante le teorie che so e che ho cercato di applicare. Ma chissà…chissà.

Fatica, di vedervi in difficoltà. Di sentirvi tristi o arrabbiati perché io “ho voluto separarvi”.
Come se vi avessi voluto fare un dispetto. Come se io fossi la cattiva che vi vuole far soffrire. Quanta rabbia buttata addosso a me in questi mesi. Con pretesti a volte. O con accuse chiare ed esplicite. Tanta rabbia verso di me.

La passeremo, ci passeremo dentro per capirla e per trovare la spiegazione che vi serve. Servirà tempo forse. Ma non molliamo. Avete tanta intelligenza per capire, avete tanti strumenti per lavorare dentro di voi. Siete sbalorditivi. Avete tanto da insegnarci.

E vi devo ringraziare, perché la vostra evoluzione è anche la mia evoluzione. E in quest’anno di evoluzioni, c’è anche la mia. Che come la vostra non è affatto semplice, non lo è stata per niente ed è durata mesi.

Ma come dice Lore, per ripartire da nuovi posti splendidi, bisogna perdersi. E non bisogna aver paura della grande onda che ti travolge, perché tu pensi che ti voglia affogare e invece no, ti sta solo trasportando verso la nuova riva. Saggio Lore, le tue frasi sono poesia e guida per tutti noi. Sono la sintesi perfetta dei miei mesi scorsi, sono la sintesi perfetta dei tuoi attuali mesi e saranno la sintesi perfetta di Tommy fra un pochino. Di papà, lo sono già da un annetto direi. Lui la sua evoluzione l’ha realizzata in gran parte già da qualche mese. Passando anche lui da vari boschi e da tante onde grandi.

Ognuno con la sua valigina, ognuna di colore diverso…ognuno col suo cammino, ma ognuno sempre legato agli altri….in questi 4  sentieri che a volte si avvicinano, a volte si allontanano, a volte si incontrano e poi si separano, dobbiamo continuare a camminare, sempre, a testa alta e senza paura. Le nostre mani anche se lontane saranno sempre pronte ad allungarsi al momento del bisogno.

Siamo 4. E siamo 1.

Ci vediamo tutti sulla nuova sponda, ragazzi.
E non dimenticate di portare con voi i vostri meravigliosi e magici mondi incantati.
Quelli serviranno sempre….

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Polvere sull’orologio.

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Polvere sull’orologio. E’ questo che voglio.

Ho tolto l’orologio appena sono arrivata a casa l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. L’ho appoggiato sul mobile e lì è rimasto, immobile, fino ad ora. C’è la polvere sopra. Non solo perchè la mia casa, essendo in campagna, produce polvere a dismisura. Ma anche e soprattutto perchè non l’ho più mosso da lì. Non voglio sapere che ore sono. Sono in ferie e il ritmo ce lo diamo noi, come ci pare. E’ un lusso. E’ un bisogno. Mai come quest’anno.

Sono arrivata ad agosto con il fiato non corto, cortissimo. Al limite delle crisi respiratorie (o attacchi di ansia, chiamiamoli con il loro nome). L’anno era iniziato con un focolaio ai polmoni…..che fosse un segno premonitore del mio imminente collasso psico-fisico? Non so, io penso in parte di sì.

Mi manca il fiato, da troppi mesi.

Ma c’è una novità rispetto al passato.

Mi sono sempre un po’ lamentata di questi ritmi assurdi, frenetici, della vita che vola via senza respirarla, senza vederla…Lo dico praticamente da sempre.

Ora però è come se fossi giunta al punto zero.

Ho capito che se ti lamenti e non fai niente, sprechi solo fiato. E resti sempre più senza ossigeno.

Ho capito, quasi come un’illuminazione, che le strade che si sono prese una volta e magari tanto tempo fa, non è detto che debbano sempre rimanere uguali. Che c’è sempre una possibilità di scelta e che non è mai scontato che il cammino resti sempre lo stesso. La scelta va cercata, creata, capita e poi imboccata, ma c’è. E prima ancora che nella concretezza dei fatti, deve esserci nella nostra mente.

Ho capito alla veneranda età dei quasi 41 anni che la vita non è, per fortuna, sempre così scontata e non è che, quando cambia qualcosa, dev’essere sempre e per forza per colpa di eventi negativi. A volte, aiutàti da un po’ di fortuna e di voglia di cambiare prospettiva, può succedere che qualcosa cambi, ma in bello.

Questo cambiamento mentale è finalmente arrivato nella mia testa. E come sempre mi succede, è arrivato all’improvviso. Cioè, dopo anni di pensieri, domande e fastidio. Ma poi si è palesato tutto in una volta. Quando, parlando con amici coetanei, mi sono resa conto che tutto sommato, di strada fatta ne abbiamo già un bel pezzo alle spalle, ma è sempre stata la stessa. Bella, bellissima e utilissima per molti aspetti. Ma…la strada davanti è ancora tantissima (mi auguro!) e di farla ancora e sempre uguale, credo di non averne davvero più voglia.

Sono stanca. Sono spenta.

SPENTA.

E questa è una cosa che mi manda nei matti. Non esiste, non va bene. Rassegnata a 40 anni, no, mi dispiace. Per fortuna ho ancora un motore dentro che va, che ha delle passioni che vuole seguire, che ha dei desideri che vuole esaudire, dei sogni da inseguire, delle emozioni da vivere e sentire.

La vita che sto facendo negli ultimi mesi mi sta togliendo tutto, dal respiro in giù. Le passioni, le voglie, i desideri, i sogni. No, mi dispiace, non ci sto. Non è quello che voglio. E se l’ho fatto finora è stato per un obiettivo di squadra, di famiglia, che era necessario raggiungere. Ora ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo raggiunto. Ora si cambia. Ora si riprende fiato. Ora si deve ripartire prendendo un altro sentiero. Un sentiero un po’ improvvisato, ancora da definire bene, ma sicuramente un sentiero diverso.

Per l’ennesima volta, ho capito che perdersi a volte serve, è necessario. E’ terapeutico. E’ fondamentale. Se non ci si perde, non ci si ritrova. Non ci si scopre nella “nuova versione”, quella ricostruita dopo la grande esplosione che ti ha fatto andare in pezzi e perdere. E’ difficile rimettere insieme tutti i pezzetti, ma….che gusto nel farlo e soprattutto come si sta bene quando si è ricomposto il puzzle! Un nuovo puzzle, un nuovo sentire, un nuovo motore, un nuovo paio di occhiali per vedere e valutare tutto.

Una nuova energia. Da investire in nuovi progetti.

Coraggio. Si va.

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Nostalgia

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Oggi sono venuta a trovarti.

Non lo faccio quasi mai. Anzi, mai.

Quando vengo, è proprio per un motivo particolare.

Nella quotidianità, riesco a fare a meno di te. A fatica, sempre, ma non ti vengo a cercare.

Oggi, e le altre poche volte che sono venuta davanti alla tua foto e ai fiori, è perché ho bisogno di guardarti negli occhi e sentirti lì con me.

Oggi avrei pagato tutto l’oro del mondo per parlarti, per chiederti.

Chiederti cosa vedi, chiederti cosa pensi. Cosa pensi di me. Cosa sbaglio, cosa devo cambiare, cosa faccio bene, cosa ti piace di me e di quello che sono diventata. Cosa non ti piace. Mi sono chiesta per cosa potremmo discutere o litigare oggi, su cosa invece ci troveremmo d’accordo oggi, come sempre lo siamo state su gran parte delle cose.

Oggi avrei voluto sentir uscire da quella foto la tua voce, le tue risposte. Ne avevo bisogno come l’aria.

In fondo è passato davvero tanto tempo da quando potevo averle, le tue risposte. Da quando sapevo cosa pensavi di me. Sono quasi 16 anni. Mio Dio, una vita.

C’è una vita nel mezzo. C’è la fine dell’Università, la tesi, la Laurea, la Specializzazione, le mille esperienze di tirocinio, stage e lavoro. La fine dell’amore da ragazzini, gli anni da sola, l’incontro con Dodo. La casa con lui, la convivenza, il mutuo, il suo lavoro difficile, il matrimonio, i figli. La nuova casa, i bimbi….quasi 6 anni da genitori. Quasi 6 anni che sono mamma. Quasi 6 anni che sono dalla “tua” parte. Ma senza sapere cosa ne pensi tu. Cosa mi avresti consigliato tu. Come mi avresti aiutato tu, cosa mi avresti insegnato.

Non sarò mai solo mamma.

Sarò sempre e fino alla fine anche FIGLIA. Figlia di una mamma che migliore non poteva essere, figlia di una mamma che ha dedicato e sacrificato la sua vita, la sua felicità e il suo Bene in nome di quello della sua famiglia. Della sua famiglia intesa come noi figlie, ma anche intesa come sua mamma. A lei ha dedicato la sua vita fino alla fine, rinunciando a se stessa per Amore di sua mamma. Un amore non sano forse, ma…era sua mamma. E questo giustifica tutto.

Quanto può essere immenso l’amore per un genitore… Anche quando non c’è più e lo vai a trovare in quel posto freddo e anonimo che è il cimitero.

Quanto hai vissuto, tu, mamma, per te stessa? Quanto sei stata felice? Quanto poco sei stata egoista nella tua breve vita? Quanto sei stata capace di annullarti per noi? Forse troppo. O forse il giusto, quello che ogni mamma deve saper fare per la famiglia, per i figli, per l’equilibrio di tutti.

E io? Io come sono? Quanto sono capace di sacrificarmi per la mia, di famiglia? Quanto ti somiglio? Quanto invece sono diversa? In meglio, in peggio? Cosa mi diresti tu? Cosa penseresti di me, dei miei equilibri, del mio cercare di fare tutto bene pur nel mio continuo fallimento su tanti aspetti? Questa bilancia che a me ora sembra poco bilanciata….tu che ne pensi? Ho altre risorse in me che al momento non vedo, ma verranno fuori? Ma soprattutto….saresti oggi orgogliosa di me come lo eri 16 anni fa?

Oggi me lo chiedo e non lo so.

Oggi sarà che ho un crollo, oggi sarà che sono arrivata all’esaurimento di tutte le mie batterie (o almeno di quelle che so io), oggi sarà che mi manchi da morire, oggi sarà che ho sto maledetto “ovo sodo” che non va né su né giù….oggi che è proprio una giornata difficile, sono venuta da te, ti ho guardato negli occhi per un’ora credo, cercando di sentirti parlare, di capire quegli occhi cosa mi direbbero, cercando di sentire anche un abbraccio forte quando chiudevo gli occhi senza fiato. Forse c’eri, forse no. Forse da domani mi sveglierò con qualche risposta dentro in più, forse st’ovo sodo scenderà giù e mi darà un po’ di fiato in più e dopo un po’ capirò che la tua risposta c’è stata ed è sotto ai miei occhi.

Perchè io non smetterò mai di essere tua figlia, di cercarti come figlia, di aver bisogno della tua approvazione e del tuo abbraccio. Non ho ancora trovato il canale giusto per arrivare a te o per sentirti come vorrei, in giornate come queste. Ma forse la nostalgia in giornate come queste va solo assecondata e lasciata passare, perchè non c’è nulla di più naturale di sentirsi male quando si cerca un pezzo di cuore e si trova lo stesso, insesorabile, buco anche dopo tanti anni. Perchè quel buco mai si richiuderà, mai si cicatrizzerà completamente. E farà un male cane sempre.

Mi manchi da morire.

Non ti far aspettare troppo nei miei sogni….mi serve un tuo abbraccio.

Ciao Ma’…amore mio…

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Emozioni da grandi

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Un rumore di porta che cigola. Di notte. Ci metti un secondo a pensare a mille ipotesi diverse.

La più facile: i cani che dormono in casa, magari si sono mossi e hanno fatto muovere la porta. No, nessun rumore di unghie di cane che si muovono sul pavimento.

Ipotesi due: un colpo di vento. In fondo è estate, è caldo, magari le finestre aperte fanno corrente… Alt, un attimo….noi non abbiamo lasciato finestre aperte di notte.

L’ipotesi tre è l’ultima a cui avrei pensato, ma è quella che viene subito in mente, dopo un secondo di frastuono mentale, quando senti che vibra anche l’anta dell’armadio, quella che non si chiude bene.

Può esserci solo una cosa che fa vibrare in contemporanea una porta ed un armadio, non nella stessa stanza peraltro….La stessa cosa che, quando apri gli occhi e accendi la luce, fa vibrare anche il lampadario.

Il terremoto.

Saltiamo fuori dal letto, cerchiamo di capire quanto è stato forte, se è il caso di uscir fuori prendendo su i bimbi. Accendiamo la tv e già dopo pochi minuti nei TG iniziano le notizie, che pian piano ti danno l’idea di cosa è successo. Per fortuna non così vicino a noi. Ma il fatto che pur da così distante, si sia sentito, ti dà ancor di più l’idea di che disastro possa essere stato. In effetti, lo è stato.

Il terremoto. Il terremoto è qualcosa verso cui nutro enorme rispetto. Per lui, come per tutti gli altri fenomeni incontrollati della natura. Li rispetto perché li temo tantissimo. Il terremoto da noi si sente ogni tanto, più o meno forte. Siamo zona sismica, ma non così tanto, per cui spesso sentiamo magari tremare la terra, ma con epicentro distante da noi.

Ho il ricordo di una sola volta in cui si è sentito il terremoto quando ero piccola. In realtà non ero nemmeno così piccola, avrò avuto forse 12-13 anni e ricordo che mia mamma urlò subito “il terremoto!”, mentre mio babbo penso non si fosse accorto di nulla. In 25 anni, ho solo quel ricordo.

Poi da quando sono uscita di casa e ho iniziato la mia vita da adulta, ci sono stati molti più episodi di terremoti. Chissà se è aumentato in maniera così evidente il numero delle scosse, o se i ricordi da bambina hanno filtrato le informazioni da trattenere…

Lo abbiamo sentito un paio di volte quando eravamo solo io e mio marito, senza ancora figli, e abitavamo nell’altro appartamento.

L’ho sentito, poi, quando abitavamo provvisoriamente da mio babbo, una notte che mio marito era fuori con gli amici e faceva tardi per un addio al celibato. Io ero a casa da sola con i bimbi ancora piccoli (era il 2012, non avevano nemmeno un anno). Ero sveglia, nella loro camera, pur essendo notte fonda, perché Lore piangeva ed ero lì a calmarlo. Ho sentito un rumore sordo, l’ho sentito come se fosse un “cannone” di vento fortissimo passato dal portico accanto alla camera dei bimbi. Ma era un rumore strano, sordo, uno strano vento. E dopo pochi secondi, il terremoto. Ricordo di aver avuto una paura immensa, non tanto per il terremoto di per sé, perché si dondolava ma non così tanto. Ma la casa ha molti anni e io ero sola con due neonati…come avrei fatto a portarli fuori insieme, aprendo i catenacci della porta e liberando anche i cani nello stesso tempo? Le mani sono due, i bimbi due….come avrei fatto? Sarei stata in grado, sarei stata abbastanza veloce? Li avrei messi in salvo tutti? Li presi nel lettone con me, lasciai i cani dormire in casa liberi e tolsi i catenacci alla porta. Uscire sarebbe stato molto più semplice. Non chiusi occhio fino al mattino, quando tornò Dodo.

Dopo poche settimane, altre scosse. Una sentita la mattina presto, svegliati dal letto che dondolava e la ringhiera delle scale di mio babbo che vibrava. Poi durante la mattina, io in ufficio, i bimbi al nido….un’ansia pazzesca non essere con loro, anche se ovviamente le dade ci hanno subito rassicurato sul fatto che era tutto sotto controllo, ma per precauzione tenevano i bimbi fuori in giardino per quella mattina. Poi nel pomeriggio, eravamo a casa tutti per puro caso e hanno cominciato a vibrare i cristalli dei lampadari di mio babbo. Poi finalmente si è interrotto.

Fino al 24 agosto di quest’anno. E anche ai giorni scorsi.

Questi terremoti vanno spiegati anche ai bimbi. Ormai sono grandi per poter comprendere alcune cose e per imparare a gestire alcune situazioni. Loro per fortuna non hanno sentito nessuna delle scosse di questi mesi, dormivano sempre, per cui non hanno provato la sensazione della vertigine, del movimento, del disorientamento, dell’angoscia. Probabilmente non l’hanno nemmeno percepita così tanto da noi, perché non mostrano segnali di paura quando se ne parla o salta fuori l’argomento. Ma hanno visto i TG e hanno chiesto/ricevuto delle informazioni in merito.

Hanno scoperto che qualcuno ha perso tutto per colpa del terremoto, ci sono famiglie senza più casa, cibo, vestiti, giochi, soldini. Ci sono famiglie in cui qualcuno purtroppo è morto. Questo messaggio è entrato nelle loro teste, ma ho la sensazione che non abbia ancora trovato una collocazione precisa lì dentro. A volte, soprattutto Lore, tira fuori dal nulla l’argomento con tristezza e pianto; a volte ne parlano quasi con distacco e noncuranza. Non si possono ancora rendere conto di cosa sia veramente successo giù al Centro Italia. Sanno che per dare qualche mattoncino agli abitanti di Amatrice, abbiamo mangiato la pasta all’Amatriciana, e vanno fieri del loro contributo, dei mattoncini che hanno donato loro. Sanno che abbiamo fatto una raccolta di beneficienza insieme agli amici per donare soldi necessari per ricostruire e sanno che avremmo voluto andare di persona a consegnare il ricavato, ma non è purtroppo stato possibile. Sanno che ci sono persone in difficoltà che stiamo in qualche modo aiutando. Questo lo sanno, ma per fortuna non hanno la capacità di immaginare realmente che una cosa come quella possa succedere anche a noi.

Ci siamo interrogati tanto, in questi mesi, su come gestire certe informazioni, come dirgliele, come fargliele vivere, come affrontarle. Questa, come altre notizie dei TG, che purtroppo è giusto che conoscano, seppur mediate, indorate, smussate….ma non possono vivere in eterno in un mondo fantastico e (purtroppo) inesistente. Non devono avere paure infondate, ma devono essere consapevoli che ci sono pericoli in giro, più o meno prevedibili.

Quest’estate, quindi, per noi è stata l’estate delle emozioni importanti.

Non che altre non lo siano, ma per varie ragioni, ci siamo dovuti confrontare con sentimenti nuovi per loro, su cui vedo che col passare del tempo, tornano a riflettere, a domandarsi, a rivivere. Una forse più di tutte li ha segnati. In maniera differente, ma ugualmente profonda. A fine giugno, il giorno dopo al loro compleanno, purtroppo è venuto a mancare il nostro cane anziano, il nostro Mallone. Avrebbe compiuto 13 anni a settembre, ma a fine giugno, purtroppo, abbiamo dovuto prendere la decisione più giusta per lui. Abbiamo quindi lasciato i bimbi dal nonno, mentre veniva il veterinario. E quando siamo tornati a riprenderli, dopo un paio di ore, gli abbiamo dovuto dire che Mallone era stanco e si era addormentato per sempre. Nei momenti in cui i bimbi erano dal nonno e noi stavamo salutando Mallone, mi sono chiesta più volte cosa fosse meglio fare. Permettere ai bimbi di salutarlo, come stavamo facendo noi? O fargli sapere tutto dopo, a cose fatte e con Mallone già fuori dalla loro vista?

La paura di lasciare nelle loro menti un ricordo troppo forte da digerire e troppo pesante da cancellare dalla loro memoria, ci ha fatto optare per la seconda scelta. Non vedere, non salutare, non accompagnare.

Col passare dei mesi, in realtà mi domando se sia stata la scelta giusta. Forse sarebbe stato meglio dargli tutti i pezzettini del passaggio;  prima, durante, dopo. Sarebbe stato un vederlo addormentarsi, senza sofferenza, senza dolore. Avrebbero potuto accarezzarlo, piangerlo, vederlo. La concretezza di quel momento, forse sarebbe stata più utile per loro. Oggi vedo che quel momento fondamentale a loro manca e lo cercano; gli manca l’ultimo saluto, gli manca l’ultima carezza, gli manca capire come ha fatto materialmente a sparire dai nostri occhi e volare fino al cielo. Sanno che c’è un punto nel giardino, sotto ad un albero, in cui abbiamo portato le sue cose, ma nel loro immaginario, lui è in cielo, sulla stellina con la nonna Paola, Woody e tutti gli altri nomi che ogni tanto sentono dire.

In questi mesi estivi, fra la morte di Mally, gli episodi di attentati e i terremoti, le emozioni che stanno attraversando i miei bimbi sono tante e sono diverse da quelle di prima. Hanno una profondità diversa, toccano corde diverse. Corde difficili e delicate, corde che domandano, interrogano e sperano di capire, di comprendere come gestirle, come viverle, come collocarle dentro. E’ capitato di dedicare delle mezze ore a ciascuno di loro, per parlare, per rispondere con chiarezza e semplicità ai loro momenti di dubbio e sconforto. Mi fanno domande difficili su di loro, sui loro modi di sentire, su ciò che provano. Mi parlano in maniera sbalorditiva di cosa provano l’uno per l’altro, delle loro gelosie, dei loro conflitti…del bisogno di sentirsi diversi ma così tanto uguali. Cercano in maniera forsennata una differenziazione seppur nel loro continuo confronto alla pari. E’ difficile aiutarli in questo, non ho la capacità di dargli gli strumenti pratici, nel quotidiano, per aiutarli in questa separazione…la scuola è la stessa, la classe è la stessa, lo sport è necessariamente lo stesso, perché la questione logistica è impossibile da gestire per noi. Lavoriamo entrambi a tempo pienissimo, già facciamo le corse così. Sarebbe impossibile pensare a due sport diversi in orari e luoghi diversi. L’unica cosa che gli abbiamo potuto regalare è l’ora di lezione di nuoto da soli, cioè uno per uno, con lo stesso maestro ma in orari differenti. Così un sabato per uno stanno con uno dei due genitori e questo per loro è una cosa meravigliosa, ce lo ripetono sempre e fa tanto bene a tutti e quattro.

Questo viaggio dentro le loro emozioni è parallelamente un viaggio dentro le nostre emozioni. Ci stiamo mettendo in discussione tanto, ci facciamo domande, ci preoccupiamo di trovare i modi giusti, le risposte giuste, i confini giusti per ciascuno, ma non è semplice a volte dire le parole giuste, nel modo giusto…Sono diversi di carattere, esprimono ciò che provano in maniera estremamente differente, ma…le domande là in fondo sono le stesse e le sofferenze che provano pure. Uno manifesta apertamente il suo dolore, sembra il più sensibile in confronto all’altro che trattiene e maschera di più….ma invece in lui, nel secondo, dentro, c’è un inferno che a volte scoppia senza esser contenuto da nulla, perché mentre uno SA riconoscere ed esprimere, l’altro ancora non sa esprimere, nel suo costante tentativo di mostrarsi invincibile. Sono diversi, ma la sensibilità là dentro, è la stessa e va curata con estrema attenzione.

Qualcuno si stupisce del loro grado di “maturità” nel domandarsi, nel voler capire, nello sviscerare e soprattutto nel saper parlare per delle mezze ore di sé stessi e di ciò che pensano o provano. Io penso che il DNA sia mio che di Dodo sia esattamente come il loro ed è normale per noi fermarci a rispondere e averli abituati ad andare oltre alla superficie delle cose. Grazie anche ai molti libri che gli leggiamo, ai cartoni che gli facciamo vedere…al tempo di qualità e di condivisione che cerchiamo sempre di non far mancare.

A volte ci capita poi di chiederci se siamo esagerati noi, se li adultizziamo troppo o troppo presto. Forse. Ma il nostro essere genitori passa dal nostro esempio, e l’esempio che hanno sotto al naso tutti i giorni è quello di due adulti che pensano, che “sentono”, che parlano, cercano di farlo tanto, e parlano anche tanto di quello che provano.

Quest’estate credo che si sia fatto un passaggio importante a livello mentale; penso che le domande che ora fanno, richiedano risposte attente, spiegazioni sensate e motivazioni. Non basta più un “perché sì”, ora si va oltre, a volte fin troppo.

Non so spiegare la morte ai miei bimbi, non so spiegare perché sulle stelline siano andate determinate persone o animali, non so spiegare perché un terremoto fa perdere tutto alle persone o perché un terrorista con un camion decida di andar addosso alla folla in festa. Non so spiegarlo, perché non lo so nemmeno io. So che vorrei potergli far capire che il mondo è difficile, pericoloso, complicato, ma che finchè sarà possibile, la loro famiglia li proteggerà fin sulla Luna. Vorrei fargli capire che devono stare attenti, non essere ingenui e non fidarsi di tutti sempre, ma vorrei anche fargli capire che la fiducia è importante, il pensiero positivo è un motore fondamentale e il sorriso non va perso mai. Che per quanti pericoli ci sono in giro, però ci sono anche tante persone amiche su cui contare e con cui sentirsi al sicuro e protetti. Vorrei che capissero quanto è importante guardarsi dentro, ascoltarsi, riuscire ad esprimersi e ad aprirsi con le persone giuste. Vorrei che capissero veramente che dono immenso hanno avuto nascendo gemelli, con un fratello coetaneo che condivide tutto con te pur essendo altro da te. Vorrei aiutarli a trovare DA SOLI le differenze fra loro, insegnargli a viversi come risorsa preziosa e unica e non come controfigura eternamente in conflitto. Hanno un AMICO come pochi altri, non può essere un ostacolo, deve essere una risorsa in più per viversi in equilibrio e con serenità. Vorrei essere in grado di fare tutto questo, di permettergli di crescere con intelligenza ed emozione, con sentimenti e passioni, con rispetto ed educazione. Vorrei che quando mi dicono “Sto così male che mi sento rompere dentro”, sapessero con certezza che quella spaccatura dentro passerà, e non passerà invano. Gli passerà dentro, la sentiranno passare dentro ogni centimetro del loro corpo e del loro cuore, ma passerà e loro avranno un tassellino in più di “sapere” dentro di loro, prezioso come i diamanti. Gli vorrei spiegare che è bellissimo sentirli cantare di continuo, nella loro magica spensieratezza, e che devono continuare a farlo anche quando le salite saranno tante, le paure anche, le lacrime apparentemente interminabili. Gli vorrei far sentire che la foto di Mally che Lore ha sul comodino è una cosa bellissima e che Lui, per Mally, è stato TANTO e tanto importante, anche se la loro vita insieme non è stata lunga quanto avrebbe voluto. Gli vorrei insegnare come gestire quel loro cuore così grande, ma fragilissimo, che spesso sentono andare in pezzi anche guardando il tg. Ma tutto questo è difficile, per una mamma, come me, ed un papà, come Dodo, che sono i primi a commuoversi quando sono seduti accanto a loro al cinema o sul divano ad ascoltare le notizie…Ci vuole tanta forza, bimbi. Sempre….ma mantenete sempre il cuore aperto, il sorriso pronto e le vostre meravigliose canzoni nella testa….

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