Se non ora, quando?

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Un nuovo capitolo che si (ri)apre.

Uno spazio dedicato alla mia attività, costruita in tanti anni di studio, messa in stand-by per qualche tempo per varie ragioni…ed ora tornata a bussare alla porta con una fortissima spinta. Per farsi finalmente aprire…

“Se non ora, quando?” dice qualcuno….

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“Pensa se non ci avessi provato…”

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L’ho sempre pensato, l’ho sempre detto.

παθηματα μαθηματα

Tutto quello che ti succede e che ti fa male, arriva per dirti qualcosa, per insegnarti qualcosa. Non fare l’errore di affliggerti nel dolore e nella tristezza. Sul momento fa male e non vedi la luce, ma abbi fiducia….alla fine ci troverai un senso, una spiegazione. Un insegnamento, una nuova spinta.

Arriva il giorno in cui si riuniranno tutti i puntini. Tutti quei pezzetti in cui ti senti frantumato riacquisteranno improvvisamente un senso, un nuovo e diverso senso. Un nuovo sentire, un nuovo essere. Un nuovo Te.

E ti renderai conto che tutto quello che sei stato negli anni precedenti, tutto….ma proprio tutto, avrà un filo logico, una spiegazione. Tutto quello che in anni hai scelto, preferito, scartato, curato o accantonato…salterà fuori con una nuova logica. Una spiegazione che chiuderà il cerchio.

Le strade che hai preso, i bivi che hai imboccato, e quelli che invece hai lasciato indietro….magari ti si riproporanno, con nuova forma, nuova veste.

Scoprirai magari che quel bivio a cui hai rinunciato 10 anni prima, ora per un folle ed incredibile giro del destino ti si ributta sotto al naso, ma stavolta così energico e luminoso che non puoi proprio passare oltre. Se è tornato lì, se dopo tutto questo tempo e i mille giri della vita è tornato sotto al tuo naso, un motivo c’è. E ti trova proprio nel momento giusto, quando hai tutte le condizioni (pratiche e mentali) per accettare la sfida. E stavolta sì che sei pronta. Mica come 10 anni prima, che forse è stato proprio meglio non accettare.

Poi non importa come finirà questa sfida. Ma l’importante è provarci. Non rimanere con il rimpianto. Sapere che quando ti volterai indietro, stavolta non avrai davanti un enorme punto di domanda. Un sospeso che non avrà mai una risposta.

Il bello è sempre provarci, mettendoci il massimo, mettendoci energia, positività, impegno. Mettendoci speranza, umiltà, fiducia. Grinta. La forza che ti può dare la montagna russa da cui finalmente inizi a scendere, con l’orgoglio di aver affrontato tutta la salita, a denti stretti, pugni chiusi, rabbia, lacrime e fatica.

Quasi 15 anni fa, qualcuno, non proprio l’ultimo dei pappamolla, ha detto una cosa bellissima, che un suo amico giornalista ha poi commentato. Da anni ce l’ho stampata nella mente e me la ripeto ogni tanto. Dice più o meno così:

Pensa se non ci avessi provato” dice Rossi……e ti fa capire che senza un sorpasso forse il mondiale oggi sarebbe diverso, che se non avesse lasciato la Honda allora imbattibile per la battibilissima Yamaha, ora saremmo a parlare di tutt’altro.  Vale ha rischiato, ha capito che nel suo azzardo c’era una “ragionevolmente irrazionale” possibilità di farcela ed è andato fino in fondo. Rossi non ti dice “Stai davanti ad una TV a vivere la vita di altre persone”; il suo messaggio non è “Lamentati delle sfighe della vita nella tua cameretta”. E’ l’esatto contrario. Ti dice di credere in te, nel tuo progetto ma anche nei tuoi sogni. Sei giovane e puoi farcela. E’ questo il messaggio di Rossi. Magari non diventi come lui, non sarai l’iper-campione che è anche simpatico e intelligente, ma almeno non vivi di rimpianti a vent’anni.

Magari non ce la fai, ma, dentro di te, alla domanda “Ci ho provato?” potrai sempre rispondere affermativamente. Non è poco, come messaggio, al giorno d’oggi. Rivoluzionario, a dir poco…Un po’ riduttivo definirlo solo uno slogan pubblicitario…”

Non lo so chi vincerà stavolta, se il destino, la volontà, l’entusiasmo o l’ennesima storta inaspettata.

E’ vero anche che non ho i vent’anni di Vale, ma ne ho più del doppio (e soprattutto non sono Vale…).

Ma è bello sentire l’adrenalina e la passione in un progetto, sentire gli occhi che brillano, il cuore che pulsa ed un sorriso che (mi azzardo quasi quasi a dirlo) sta ritornando fuori forte e potente.

 

παθηματα μαθηματα

Sempre…

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Vertigini

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Per una che soffre (da sempre) di vertigini, è curioso realizzare all’improvviso, dopo tanti anni (e anche tanti studi….) che tutto ha un senso. E che ti capiterà nella vita di trovarti realmente nella situazione che tanto hai sempre temuto. La vertigine, la paura del vuoto, la paura del “niente sotto i piedi”, la paura di muoversi per non cadere.

Che magari poi un giorno diventa anche paura di una galleria, paura del non vedere la fine, paura del non vedere “oltre”, del non sapere dove porta la strada.

La mente….la mente è pazzesca. La mente è tutto. Senza quella non si va davvero da nessuna parte.

Paura di muoversi, paura di cadere, paura di perdere l’equilibrio, di perdere l’orientamento.

La mia mente ieri mi ha mostrato chiaramente tutto questo. In una forma forte, potente, diretta. Chiara.

Non scappo più, posso solo andare avanti.

Tante cose per la testa, tante scelte da fare, tante piccole rivoluzioni da operare, che però se si rivelassero quelle giuste porterebbero ad una grande soddisfazione, al coronamento di un sogno e di un percorso che dura da oltre 20 anni, con le sue pause, le sue fughe, i suoi cambi netti di direzione.

Il problema è che prima mi devo “perdere”. Anzi lo sto già facendo. E la mente mostra la paura. La grande paura. In un modo che va oltre al semplice “sentire” la paura. E’ proprio “viverla”, passarci dentro.

Sono pensieri confusi, sono bozze di un diario che prima o poi riprenderà la forma di un blog forse.

Ora sono cose che per capire, devo far passare dalla scrittura. Potrei farlo sul mio quaderno a casa. Vero. Ma anche questo voglio che resti nell’ “eredità virtuale” che voglio lasciare ai miei figli un giorno. E’ giusto che sappiano che anche la loro mamma ha paura, che nella vita ci sono per tutti momenti difficili o “nuovi”, che disorientano, che fanno perdere, ma che bisogna trovare il modo di affrontare sempre. E’ giusto che sappiano tutto di me, di chi sono, dei miei pregi e dei miei difetti. Anche quelli che al momento non gli faccio vedere.

Ho appena finito di leggere un libro che mi è piaciuto molto. Le pagine con le orecchie e le parti sottolineate sono moltissime. Dopo aver finito un libro così intenso per me, lo tengo sempre sul comodino altri giorni, o settimane, perché ogni tanto ripendo le parti sottolineate, me le rileggo. E vedo che ogni volta mi aggiungono un pezzo nuovo, un sentimento nuovo. Mi entrano sempre più giù, ad uno strato sempre più profondo. E pian piano si depositano lì e negli anni succede che poi magari ritornino fuori, in qualche modo, in qualche forma.

Oggi ho riletto queste parti. E non penso sia un caso…

“Le sue scelte…ma quali erano state, poi, davvero le sue scelte? Ce l’aveva, lei, la vita che voleva? E che cos’è la vita che si vuole? Tutti dovrebbero sapere che vita vogliono, e quindi farla, o provarci. A patto che siano in grado di poter scegliere, ovvio. E allora perché invece c’è tanta gente che fa una vita non sua? Perché tutti, o quasi tutti, hanno una vita che non è quella che vorrebbero?

Quante ne conosceva, di persone che passavano la vita a lamentarsi della vita…A bizzeffe. Persino chirurghi affermati, politici di grido, uomini d’affari in volo da un aereo all’altro…sempre lì a frignare a destra e a manca della vita orrenda, frenetica, convulsa che erano costretti a fare. Ma costretti da chi? Come fossero le vittime. Ma vittime di che cosa? L’avevano voluta loro una vita simile, o no? Chi aveva premuto, al posto loro, quel tasto di non ritorno? E non gli veniva mai in mente che ce n’era un’altra possibile, di vita, diversissima, magari proprio accanto, tra l’altro, a due passi dalla loro? Bastava spostarsi. Scendere da quel treno e prenderne un altro, per dire. Anzi, non prenderlo proprio fin dall’inizio. Perché non lo facevano, cosa c’era sotto?

Insomma, a sentire di Fil e delle pecore, Giuliana se ne andò per certe riflessioni tutte sue sulla vita in generale. Succede, che dai particolari fatti altrui – le pecore o non pecore di un nipote, per esempio – si passi ad almanaccamenti, a libere astrazioni, a viaggi mentali per la tangente. Eh, la fantasiosa inafferrabilità del pensiero umano….

Il fatto è che a Giuliana veniva fuori, in quella circostanza, una sua personalissima insoddisfazione che non aveva mai saputo di avere, una punta, solo una punta di dubbio su di sé, che però adesso si mescolava ad una nuova, improvvisa e imprevedibile allegria.

Era come una grossa pentola dimenticata per anni a bollire, a cui di colpo qualcuno avesse tolto il coperchio, così che tutti i fumi compressi, gli odori raggrumati, buoni o cattivi che fossero, si espandevano finalmente liberi nell’aria.

Difficile poi rimetter tutto dentro, e richiudere il coperchio.

[…]

Non arrivava a pensare d’aver sbagliato vita, questo no, sarebbe stato troppo. Ma era molto prossima a ritenere che, magari, anche un’altra vita sarebbe stata possibile, questo sì. Ed era la prima volta che concepiva un tal vertiginoso pensiero….”

Vertigini……vertigini…..

(cit. Paola Mastrocola – “Non so niente di te”)

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In retromarcia

Forse è questo che succede a un certo punto. Che ti devi fermare, per forza. E ripercorrere a ritroso i passi che hai fatto, per ripensarli, per riguardarli, per soppesarli di nuovo e giudicare se sono stati passi giusti o sbagliati. Torni indietro e in retromarcia rifai tutto il percorso. E a ogni bivio ti devi fermare a chiederti “Ma oggi, qui, cos’avrei fatto? La stessa cosa di allora o no?”. 

Magari scopri che anche nei vicoli ciechi (apparenti) in realtà c’era un incrocio, semplicemente non lo avevi visto e hai dato per scontato che non avevi scelta. Quando magari invece c’era. Eri tu cieco. O accecato da altro.
È un bel percorso, questo. Tosto, urca se è tosto. Fa mancare la terra da sotto i piedi. Letteralmente. Ma bisogna aver la forza di farlo, di ammettere anche tutti gli errori fatti. Ammettere le occasioni perse, le scelte sbagliate, le paure che ci hanno bloccato allora. Per trovare la forza di non sbagliare di nuovo. Per non far vincere la paura di nuovo. Per non sprecare nuove occasioni. Per poter vedere sempre gli incroci e non solo i vicoli ciechi.
E poi bisogna trovare anche il coraggio. Il coraggio che ti è mancato allora, dopo che hai ammesso la tua vigliaccheria, devi trovarlo, adesso. Perché sbagliare una volta inconsapevolmente, ok…Ma farlo la seconda, stavolta SAPENDO di sbagliare di nuovo, è terribile.
Non ho la più pallida idea di come si faccia e di come si trovi poi quel coraggio. È molto più forte (e comoda) la rassegnazione. Ma bisogna provarci. Troppo poco il tempo a disposizione, troppo difficile violentarsi ogni giorno con l’insoddisfazione. Ti mangia dentro, ti toglie sonno, forze e sorriso. Non va bene.
Cerco una bussola. Ho ben chiaro i miei punti fermi e i miei fari accesi da non perdere di vista. Ma la strada no, quella è tutta nuova, da cercare in mezzo al mio casino.
Cerco il coraggio. Quello forse è più difficile da trovare che la bussola. Lo cerco in ogni cosa, in ogni angolo, in ogni pezzo di me, in ogni spinta nuova che sento. Su tutti sti pezzi devo far leva per decidermi.
Usando, per una volta forse nella vita, meno testa e più cuore.

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A cosa serve il tempo?

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A cosa serve il tempo?

Quel famoso tempo in più che tanto ho sognato, che tanto mi è mancato in questi anni di ritmi frenetici e senza ossigeno?

Come lo uso, ora, questo splendido tempo libero, che mi sono guadagnata da pochi mesi?

Lo impiego così….

Osservando i miei figli, che crescono giorno dopo giorno nel nuovo e complesso mondo della scuola elementare.

Sfogliando i loro quaderni, i loro successi, i loro errori, le loro conquiste, le loro imprecisioni. Sfogliando e guardando insieme a loro ogni baffo fuori dalle righe, ogni numero o lettera scritta al contrario, ogni disegno libero inventato, pensato e realizzato con le loro mani e la loro fantasia.

Ascoltando le sillabe che pian piano si uniscono a diventare parole, prima in stampatello, poi in corsivo, fino a diventare l’immagine di un bimbo che col pigiama si mette seduto sul suo letto e comincia a leggere il libro che dopo poco gli andrò a leggere io…che fino a poco tempo fa senza di me non capiva e che ora invece inizia a leggere da solo.

A guardare loro, che non solo leggono ma anche interpretano con i giusti toni ciò che leggono. Perché quei libri li sappiamo ormai a memoria, qualcuno più e qualcuno meno. E nonostante i continui nuovi acquisti o i nuovi noleggi dalla biblioteca, nelle loro testoline magiche le storie restano impresse con una precisione pazzesca. E ogni tono che ho letto, ogni spiegazione che ho dato, è rimasta lì, pronta per l’uso alla giusta occasione.

Serve a parlare con loro usando i toni e gli sguardi giusti, non quelli della fretta e della rabbia, ma quelli della calma o del rimprovero al momento opportuno.

Serve a guardare insieme un bel film e avere il modo e il tempo di spiegarglielo se non lo comprendono, di ridere con loro, di parlarne se lo vogliono, di dargli il tempo di piangere se li ha commossi e di dare tutti gli abbracci che servono per calmarsi.

Serve ad ascoltarli, ascoltare i loro pensieri guardandoli negli occhi e tenendogli la mano, avendo il tempo di chiedere spiegazioni sui loro innumerevoli disegni, sui loro ragionamenti, sui loro dubbi, sulle loro paure.

Serve a rendersi conto che Lore è un “collezionatore-di-tutto”… che te n’eri accorta già da prima, vista la quantità di roba che archivia fra “le sue cose preziose”…ma che ora spii da dietro la porta, mentre sistema con la sua logica, la sua tenerezza, la sua precisione (solo sua….) tutti gli oggetti che ne fanno parte.

Serve a comprendere che Tommy….oh quella canaglia di Tommy, è un piccolo omino con il guscio di cristallo, che fa lo spavaldo, ma ha paura delle delusioni molto più di suo fratello che invece lo ripete sempre.

Serve a guardare con la coda dell’occhio che ogni volta (ogni santa volta) che i cani passano accanto ai bimbi, loro allungano le mani per fargli una carezza, una coccola o per parlare con loro. Che mentre guardano la tv, si stendono sul divano e allungano il braccio verso il pavimento, dove sistematicamente c’è un cane nero o un cane bianco che sta lì ai loro piedi a sonnecchiare beato.

Serve a guardarli nuotare in piscina con sempre più sicurezza, anche se ancora non sanno muoversi correttamente…ma serve a gioire dei loro miglioramenti, di questi due pesciolini (o squaletti) che pian piano stanno conquistando le vasche, il trampolino e il fiato sotto l’acqua.

Serve ad osservarli fare canestro, passarsi la palla, fare un po’ di passaggi con i compagni, per imbastire un’azione di gioco, che non lo è ancora, ma è bello lo stesso.

Serve a pensare.

A pensare alle mie cose, ai meccanismi che devo sciogliere e risolvere in me stessa rispetto a certe porte che si sono chiuse. A cercare le risposte alle domande che anche in sonno mi si presentano, ogni notte. Perché io sono fatta così e le delusioni le devo capire, ci devo passare dentro per bene per poi arrivare a comprenderle e a sistemarle al loro posto dopo averle digerite. E per come sono fatta io, per quanto sono felice ora della mia condizione, mi resta l’amaro in bocca per le persone che non ho mai conosciuto pensando invece di conoscere alla perfezione. Mi devo ancora perdonare l’ingenuità che ho avuto, la buona fede che ci ho messo, la volontà di vedere un po’ di “buono” per forza e a tutti i costi, quando invece avrei dovuto rendermi conto che non c’era più già da un po’.

Serve a parlare con il mio stomaco, con la mia pancia, che mi deve far capire ancora adesso, a oltre 40 anni, che la gente può sempre cambiare, a volte in peggio, e può dimenticarsi di quello che c’era alla velocità della luce. Serve a darmi il tempo di perdonarmi per il mio credere in chi non lo meritava. Serve a darmi la forza di ammettere di aver sbagliato in molte valutazioni, fatte con la fiducia e l’ingenuità dei sentimenti che provavo.

Serve a capire che anche questa è esperienza, che fa parte della mia crescita e come tale va stimata. Ce l’ho anche tatuato sul braccio….πάθήμάτά μάθήμάτά …

Serve ad apprezzare ancora di più le mie decisioni, i rischi che ho scelto di correre e le soddisfazioni che mi stanno donando. Serve anche ad ammettere che me le sono meritate, forse, un po’. E non è stata solo fortuna, come qualcuno ha detto. Ma è stata la voglia di cambiare e di trovare una soluzione per la mia serenità, rivoluzionando tutto e perseverando per mesi per trovare la via giusta.

Serve a dirmi “brava” per il mio cambiamento, che per molti è forse routine, ma per me è stato rivoluzione. Interiore prima (e ancora si deve concludere), esteriore e pratica poi. Ma una sacrosanta e bellissima rivoluzione.

Serve a poter osservare con occhi diversi tutto, a partire dai miei figli, ma non solo. Serve a respirare ossigeno, a stare bene. Anche senza fare niente di che.

Chi soffre in una certa condizione dovrebbe davvero trovare la forza di ammetterlo e di studiare il sistema di cambiare.

Io per ora ho fatto questo passaggio, ma…tempo al tempo, non sono ancora arrivata alla fine della mia rivoluzione…anzi… Sono solo all’inizio….

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